Modalità di corresponsione della retribuzione variabile – Obiettivi a cui è subordinata la corresponsione del premio – Omissione (App. Milano 3.11.2017 n. 1712)

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Con la sentenza 3.11.2017 n. 1712 la Corte d’Appello di Milano si è pronunciata in merito all’onere probatorio che grava sul lavoratore nell’ipotesi in cui sia prevista l’assegnazione di un premio aziendale subordinatamente al raggiungimento di determinati obiettivi annuali, ma il datore di lavoro, ponendo in essere un vero e proprio inadempimento contrattuale, ne ometta l’individuazione.
Secondo la Corte territoriale, in tal caso, spetta al dipendente dedurre e provare il raggiungimento da parte sua degli obiettivi che, secondo i principi di correttezza e buona fede, avrebbero dovuto essere ragionevolmente assegnati in un’ottica di continuità con quelli in precedenza fissati e in relazione alle potenzialità aziendali nonché alle situazioni contingenti del mercato.

Conferimento di azienda in società e successiva cessione delle partecipazioni – Riqualificabilità in cessione d’azienda – Inammissibilità (C.T. Prov. Milano 12.2.2018)

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Anche la C.T. Prov. 12.2.2018 si pronuncia sull’applicazione dell’art. 20 del DPR 131/86 , come modificato dall’art. 1 co. 87 della L. 205/2017.
In particolare, la Commissione ripercorre l’evolversi della questione, ricordando che:
– la Relazione illustrativa alla legge di bilancio 2018 considera la nuova formulazione dell’art. 20 del DPR 131/86 come interpretativa e, quindi, avente efficacia retroattiva (C.T. Prov. Reggio Emilia 4/2/2018);
– secondo quanto affermato dalla Corte di Cassazione (Cass. 2007/2018) la norma è innovativa e non può valere che per il futuro;
– nel corso di Telefisco, l’Agenzia delle Entrate ha accolto la natura innovativa della norma, affermandone l’applicabilità agli atti notificati dall’1.1.2018.
La Commissione di Milano condivide che la nuova versione dell’art. 20 del DPR 131/86 non possa essere retroattiva, ma afferma che la precedente versione
non deve necessariamente essere interpretata in senso contrastante alla “nuova”. Secondo la Commissione, è possibile accogliere un’interpretazione del previgente art. 20 costituzionalmente orientata dal principio di ragionevolezza. Pertanto, la Commissione accoglie l’indirizzo (minoritario) che, già prima della legge di bilancio, non riteneva legittimo riqualificare in atti di cessione di azienda i conferimenti seguiti dalla cessione di quote.

Dicitura “atto firmato digitalmente” in luogo della firma autografa – Nullità (C.T. Prov. Treviso 15.1.2018 n. 55/1/18)

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L’avviso di accertamento notificato in forma cartacea e sottoscritto con l’indicazione a stampa del firmatario e la dicitura ”firmato digitalmente” è da considerarsi giuridicamente inesistente (C.T. Prov. Treviso 15.1.2018 n. 55/1/18).
Solamente l’avviso di accertamento notificato via PEC, infatti, può essere sottoscritto mediante la firma digitale, in quanto, solo in questo caso, è possibile verificare l’identità dell’autore, l’integrità, l’immodificabilità del documento e la riconducibilità dell’atto all’organo amministrativo titolare del potere di accertamento.

Notifica a mezzo PEC dopo le ore 21 – Slittamento al giorno successivo – Questione di legittimità costituzionale (App. Milano 16.10.2017)

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In ragione dell’art. 1 co. 2 del DLgs. 546/92, anche nel contenzioso tributario potrebbe operare l’art. 147 c.p.c., secondo cui le notificazioni non possono essere eseguite prima delle 7 del mattino e dopo le 21 di sera.
L’art. 16-septies del DL 179/2012 sancisce, per il processo civile telematico, che “quando è eseguita dopo le ore 21, la notificazione si considera perfezionata alle ore 7 del giorno successivo”.
La Corte d’Appello di Milano (ordinanza del 16.10.2017, pubblicata sulla G.U. 7.2.2018 n. 6) dubita della legittimità costituzionale della norma, ove la si interpretasse senza tenere conto del principio, costituzionalmente rilevante, di scissione del momento di perfezionamento della notifica.
Valorizzando quest’ultimo principio, si potrebbe ritenere che:
– per il notificante, la notifica eseguita dopo le ore 21 dell’ultimo giorno utile per l’adempimento (nella specie, la citazione in appello) si dà per eseguita il giorno stesso;
– per il notificatario, si considera eseguita il giorno successivo.
Una tale interpretazione, tuttavia, causerebbe l’abrogazione implicita dell’art. 16-septies del DL 179/2012, con la conseguente lesione della difesa del notificante, che non potrebbe sfruttare appieno il termine giornaliero per la notifica.

Licenziamento disciplinare – Illegittimità del licenziamento per tardività della contestazione – Indennità risarcitoria (Cass. SS.UU. 27.12.2017 n. 30985)

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Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza 27.12.2017 n. 30985, hanno affermato che in caso di licenziamento illegittimo per tardività della contestazione disciplinare al dipendente si applica, a seconda della misura del ritardo nella contestazione, un diverso regime indennitario, ma non può essere riconosciuta la reintegrazione perché l’inadempimento contestato che determina il licenziamento è reale e, quindi, non si rientra nell’ipotesi di insussistenza del fatto contestato, in relazione alla quale il co. 4 dell’art. 18 prevede la reintegrazione.
Nello specifico, i giudici di legittimità affermano che:
– se il ritardo è considerevole (nel caso di specie, 2 anni), il datore di lavoro vìola i principi generali di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.), per cui deve essere applicata la tutela indennitaria c.d. forte, prevista dal co. 5 dell’art. 18 (indennizzo da 12 a 24 mensilità);
– se il ritardo è minimo e comporta solo il mancato rispetto di termini previsti dalla legge o dal contratto collettivo per il corretto espletamento del procedimento disciplinare, la fattispecie ricade nell’alveo delle violazioni di carattere procedimentale per le quali il co. 6 dell’art. 18 prevede una tutela indennitaria c.d. debole (indennizzo da 6 a 12 mensilità).

Eredi del contribuente defunto – Accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario – Effetti (C.T. Prov. Reggio Emilia 13.12.2017 n. 318/1/17)

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La Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia, con sentenza n. 318/1/17 del 13.12.2017, ha ritenuto che l’erede che ha accettato con beneficio di inventario sia legittimato a ricevere la notifica delle cartelle esattoriali per debiti tributari del defunto in quanto soggetto passivo della relativa imposta.
A tale conclusione è giunta in base all’art. 490 c.c., a mente del quale colui che accetta l’eredità con beneficio d’inventario è erede.
Rispetto all’accettazione pura e semplice, però, il patrimonio del defunto è distinto da quello dell’erede e si producono gli effetti indicati dall’art. 490 co. 2 c.c..
Ne consegue che l’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario non determina il venir meno della responsabilità patrimoniale dell’erede per i debiti, anche tributari, ma fa solo sorgere il diritto di questo a non rispondere al di là dei beni lasciati dal de cuius.

Relata di notifica della sentenza eseguita per via telematica – Rinvio alle Sezioni Unite (Cass. 20.12.2017 n. 30622)

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Con l’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite n. 30622 del 20.12.2017 è stata richiesta la valutazione dell’orientamento che impone di considerare se, nel caso in cui la notifica della sentenza impugnata sia stata eseguita con modalità telematica, per soddisfare l’onere di deposito della copia autentica il difensore debba estrarre le copie cartacee del messaggio di posta elettronica certificata e della relazione di notificazione redatta dal mittente (art. 3-bis della L. 53/94).
Successivamente, l’ordinamento impone l’attestazione con propria sottoscrizione autografa della conformità agli originali digitali delle copie analogiche formate e di depositare queste ultime presso la cancelleria della Corte entro il termine stabilito dalla disposizione codicistica.
Il deposito di una relata di notifica irregolare causa l’improcedibilità del ricorso per Cassazione, da qui la rilevanza della questione.

Spese per incrementi patrimoniali effettuati negli anni successivi a quello accertato – Liberalità ricevute da familiari – Prova contraria (C.T. Reg. Emilia Romagna 27.10.2017 n. 2971/2/17)

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Secondo quanto afferma la Commissione Tributaria regionale dell’Emilia Romagna con la sentenza 27.10.2017 n. 2971/2/17, è illegittimo l’accertamento sintetico che considera, ai fini della determinazione del reddito dell’anno 2007, sia le spese per incrementi patrimoniali effettuate negli anni successivi a quello accertato (imputando il quinto a ritroso), sia le spese gestionali di matrice statistica che il contribuente afferma di aver coperto con liberalità avute dal padre.
Con riferimento alle prime, occorre applicare la disciplina antecedente alle modifiche apportate dall’art. 22 del DL 78/2010 all’art. 38 co. 4 e 5 del DPR 600/73, in base alla quale la spesa per incrementi patrimoniali si presume effettuata, per quote costanti, nell’anno in cui è stata sostenuta e nei quattro precedenti (bisogna quindi partire dall’anno accertato per poi imputare il quinto a ritroso, non dagli anni successivi; in questo senso, Cass. 12.4.2016 n. 7147).
Con riferimento alle seconde, non è possibile pretendere che il contribuente dimostri di aver utilizzato le liberalità ricevute dal padre proprio per sostenere le spese gestionali imputate dal redditometro.

Fondo di garanzia – Crediti di lavoro diversi dal TFR – Termine di decorrenza della prescrizione – Effetto interruttivo della domanda di insinuazione al passivo – Esclusione (Cass. 21.12.2017 n. 30712)

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Con riferimento ai casi in cui la legge prevede l’intervento del Fondo di Garanzia (art. 1 del DLgs. 80/1992), la Corte di Cassazione, con la sentenza 21.12.2017 n. 30712, ha ribadito che:
– la prescrizione del diritto del lavoratore al pagamento, a carico del Fondo, delle mensilità aggiuntive afferenti gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro – previsto dall’art. 2 del DLgs. 80/1992 – decorre dal momento in cui si sono verificati i presupposti che condizionano la proponibilità della domanda all’INPS;
– l’insinuazione al passivo proposta nei confronti del datore di lavoro assoggettato a procedura concorsuale non interrompe la prescrizione nei confronti dell’INPS, per il diverso credito relativo alle prestazioni a carico del Fondo.

Architetto dipendente pubblico che svolge anche attività autonoma – Iscrizione e obbligo contributivo alla Gestione separata INPS (Cass. 18.12.2017 n. 30345)

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Alla luce del combinato disposto dell’art. 2 co. 26 della L. 335/95 e dell’art. 18 co. 12 del DL 98/2011 (conv. L. 111/2011) – in base al quale sono tenuti ad iscriversi alla Gestione separata tutti coloro che esercitino per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo per cui non siano soggetti all’iscrizione in un Albo ovvero per cui, nonostante l’iscrizione ad un Albo, non debbano versare ad una Cassa di categoria contributi che determinino la creazione di una posizione previdenziale – la Corte di Cassazione, con la sentenza 18.12.2017 n. 30345, ha affermato che, poiché lo Statuto di INARCASSA esclude dalla possibilità di iscrizione coloro che, pur essendo iscritti all’Albo e in possesso di partita IVA, risultino iscritti ad un’altra forma di previdenza obbligatoria in dipendenza dell’esercizio di un’altra attività, l’architetto dipendente pubblico che svolga anche la professionale, in relazione ai redditi professionali, ha l’obbligo di iscriversi e pagare i contributi alla suddetta Gestione, istituita presso l’INPS.
A nulla rileva, secondo la Suprema Corte – che sul punto ribalta la decisione dei giudici di merito – il versamento alla Cassa del contributo integrativo.